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Entrano nel tuo terreno senza avvisare. Violano la tua proprietà. Non hanno permessi. Motosega alla mano abbattono i tuoi alberi, quegli ulivi che per anni ti hanno garantito un lavoro e hanno permesso alla tua famiglia di vivere. Poi spargono pesticidi. Tu inerme non puoi che star fermo a guardare e respirare, se ti riesce. Se protesti, rischi il carcere: da 1 a 5 anni. Non è la trama di un film horror. È la realtà. È quello che prevede il Decreto Semplificazioni in queste ore al vaglio del Parlamento.

“La minaccia dell’arresto e l’utilizzo della forza pubblica nelle ipotesi in cui i proprietari dei territori rifiutassero l’accesso agli ispettori fitosanitari, possono essere considerati come l’ultimo strumento messo in atto per stroncare definitivamente e in maniera forzata quella resistenza pacifica portata avanti dai cittadini pugliesi che non si arrendono a vedere irrimediabilmente compromessa la loro terra”. Il professor Lucarelli non lascia spazio a dubbi: “Si tratta di misure inutilmente drastiche e sproporzionate che intendono reprimere quel percorso democratico portato avanti dai proprietari delle terre e dai comitati nati in questi anni che, avvalorati anche da autorevoli studi scientifici, evidenziano come il piano di estirpazione totale degli ulivi comporterebbe un ingentissimo spargimento di pesticidi producendo un vero e proprio disastro ambientale che potrebbe essere evitato”.

Del resto ormai è noto che le eradicazioni non sono la soluzione, non sono supportate da alcuna base scientifica, anzi, non vi è documentato alcun caso al mondo a prova della loro validità.

L’Efsa – l’ente per la sicurezza alimentare – scriveva nel 2013: “Non è nota alcuna strategia precedente che abbia avuto successo nell’eradicazione di Xylella fastidiosa, una volta insediatasi all’aperto”. In Puglia soprattutto, sorprenderebbe il contrario, visto che il batterio viaggia su oltre 300 specie di piante ospiti, ma le ispezioni (che non prevedono più né analisi molecolari di laboratorio né tantomeno controanalisi) qui vengono fatte solo su ulivi. Piante scomode, da tempo d’impedimento agli appetiti di molti, alla speculazione e all’accaparramento di quelle terre.

Non si spiega in altro modo l’incredibile silenzio attorno alle ricerche scientifiche che in questi anni hanno dimostrato non solo che con il ceppo di Xylella pugliese (uno dei meno virulenti al mondo) si può convivere, ma che ulivi infetti non sono destinati a disseccare e che ulivi disseccati possono tornare a vegetare con semplici ed economiche buone pratiche agricole. Il mese prossimo verranno esposti i risultati di alcune di queste ricerche all’Università di Lecce, altre sono già state presentate, anche in presenza della Regione Puglia che ne ha finanziate diverse ottenendo in breve tempo ottimi risultati.

A quanto pare però le soluzioni a tutela del paesaggio, dell’economia locale e dell’olivicoltura pugliese in pochi le vogliono vedere. Così come si continua a ignorare che sulla questione sono aperte ben due indagini di diverse Procure (Lecce e Bari) che sottolineano, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto marcio ci sia sotto tutta questa storia.

Quello che appare sempre più evidente tuttavia è come dietro la paventata necessità di tutelare il territorio pugliese dalla diffusione della Xylella “si nascondono, ancora una volta, interessi economici che andrebbero paradossalmente a distruggere in maniera irreparabile e irreversibile non solo l’ambiente ma anche l’attività lavorativa dalla quale traggono il loro sostentamento i lavoratori agricoli che sarebbero costretti, di fatto, a perdere i loro appezzamenti di terreno” afferma Lucarelli.

Questi emendamenti, del resto, non sono che l’ultimo folle tassello di un disegno già visto: individuare una Regione e deciderne il destino agricolo, economico e sociale, senza informare o consultare la cittadinanza, consentire a interessi privati di depredare una terra, passare sopra la volontà dei cittadini, mettere a rischio la loro salute, il loro patrimonio e il loro futuro, violare la proprietà privata e fare tutto ciò con il benestare dello Stato e l’appoggio delle Forze dell’Ordine. Si chiama Land Grabbing, una pratica che nel sud del mondo sta creando e ha creato fame, miseria, lotte e perdita di sovranità e che oggi, a quanto pare, si è tristemente affacciata anche nel nostro Paese.

Ad affermarlo è lo stesso professor Lucarelli: “L’impressione è che con la scusa del presunto morbo si vogliano controllare i semi, la terra, l’acqua. Si voglia introdurre un nuovo modello di produzione intensivo realizzato anche e soprattutto con l’uso di prodotti chimici e con l’innesto di piante che producono royalties. Si tratta di un progetto orientato esclusivamente allo sfruttamento del suolo e della natura con nefaste conseguenze sull’ambiente e sulla salute che segna la fine dell’attività agricola svolta da piccoli proprietari. L’ulivo secolare, vero e proprio centro storico – continua Lucarelli – è da intralcio a questo progetto neo liberista tutto orientato alla massimizzazione dei profitti. Il caso Xylella è paradigmatico del percorso dell’agricoltura nei nostri tempi. Distruzione dei piccoli contadini a favore della chimica delle grandi multinazionali. Una nuova forma di Land Grabbing”.

“Per fortuna ci sono anche tanti cittadini, tante associazioni di volontariato, che presidiano il territorio, lo difendono, informano, confliggono con i poteri forti, pagandone le conseguenze in termini economici quando non in termini di minacce fisiche o psicologiche” affermava nel 2015 il III Rapporto Agromafie sui crimini agroalimentari in Italia elaborato da Coldiretti, Eurispes e l’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, con il coordinamento del Procuratore Gian Carlo Caselli.

Questi cittadini sarebbero da difendere e sostenere. Oggi, invece, rischiano di finire in carcere.

(*) Alberto Lucarelli è professore Ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Napoli Federico II e professore a contratto all’Università La Sorbonne. È stato componente della Commissione Rodotà per la riforma del regime civilistico della proprietà pubblica e per la difesa dei beni comuni e redattore dei quesiti referendari per l’acqua pubblica. Nonché autore di oltre 100 pubblicazioni in tema di Diritto Pubblico, Diritto dei Servizi Pubblici Locali, Beni Comuni, Partecipazione. Oggi è vicepresidente del Comitato Popolare di Difesa Beni Comuni, Sociali e Sovrani “Stefano Rodotà”. Per chi ne volesse sapere di più sul sito  si possono trovare tutte le informazioni e i documenti di base.