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di Kate Darling – Circa 10 anni fa un mio amico aveva comprato un cucciolo di dinosauro robot. Era uno di quei robot con funzioni davvero eccezionali, tra cui un sensore di inclinazione che lo faceva piangere se lo tenevi a testa in giù. Per farmi vedere le funzioni provammo quindi a tenerlo rovesciato. Ma dopo un po’ che piangeva, successe qualcosa di strano: ci diede fastidio e lo rimettemmo dritto, poi lo accarezzammo e passammo ad altro.

È stata un’esperienza alquanto strana per me perché sapevo che era una macchina, eppure mi sentivo costretta a essere gentile. E quell’osservazione suscitò una curiosità che ho perseguito nell’ultimo decennio. La prima cosa che ho scoperto è che non è capitato solo a me.

Nel 2007, il Washington Post riportò che l’esercito degli Stati Uniti stava testando un robot che disinnescava le mine. Aveva la forma di un insetto stecco e camminava per un campo minato con le sue zampe, e ogni volta che calpestava una mina, una delle zampe esplodeva, e continuava poi con le altre zampe a far esplodere le altre mine. Il colonnello al comando di questa esercitazione alla fine fece fermare tutto, perché, disse che era inumano guardare quel robot danneggiato trascinarsi lungo il campo minato.

Cosa porta me e un ufficiale militare ad avere queste reazioni di fronte ai robot?

Apparentemente siamo biologicamente programmati per proiettare intento e vita su qualsiasi cosa che ci sembra abbia movimento autonomo. Infatti la gente tratta tutti i tipi di robot come se fossero vivi. Alle unità di smaltimento di bombe viene dato un nome. Ricevono medaglie d’onore e funerali con il saluto delle armi. E la ricerca dimostra che lo facciamo anche con un semplice robot domestico, come l’aspirapolvere Roomba.

Abbiamo anche scoperto cosa può aumentare l’evocazione di queste reazioni, per esempio usando gli occhi e i volti o i movimenti che le persone automaticamente e inconsciamente associano con gli stati mentali. E c’è un intero campo di ricerca chiamato interazione uomo-robot che dimostra quanto bene funzioni. Per esempio, i ricercatori dell’università di Stanford hanno scoperto che le persone si imbarazzavano quando gli veniva chiesto di toccare le parti intime di un robot.

Quindi da questo e da moltissimi altri studi, sappiamo che le persone reagiscono ai segnali dati da queste macchine realistiche anche se sanno che non sono reali.

Ma ora andiamo verso un mondo in cui i robot sono ovunque. La tecnologia robotica sta uscendo dalle fabbriche e sta entrando nei luoghi di lavoro e nelle nostre case. Quando queste macchine che possono sentire, prendere decisioni autonome e imparare, entreranno in massa negli spazi condivisi, cosa succederà?

Penso che forse la migliore analogia che abbiamo è la nostra relazione con gli animali.

Migliaia di anni fa, abbiamo iniziato ad addomesticare gli animali, e li abbiamo addestrati per il lavoro, gli armamenti e per compagnia. Nel corso della storia, abbiamo trattato gli animali come strumenti o come prodotti, e altri animali li abbiamo trattati con gentilezza e dato loro un posto nella società come nostri compagni.

Certo, gli animali sono vivi. I Robot non lo sono. Siamo ancora lontani dallo sviluppo di robot che possono provare qualcosa. Ma il fatto è che noi sentiamo qualcosa per loro ed è quello che conta, perché se stiamo cercando di integrare i robot in questi spazi condivisi, dobbiamo capire che la gente li tratterà in modo diverso rispetto ad altri dispositivi, e che in alcuni casi, vorranno fare dei funerali a questi robot, come nel caso di un soldato che si affeziona al robot con cui lavorava, e che è esploso colpito da un proiettile, proiettile che poteva essere rivolto a lui.

Ma in altri casi, può effettivamente essere utile favorire questa connessione emotiva con i robot.

Osserviamo già dei casi di utilizzo eccezionali, ad esempio, i robot che lavorano con bambini autistici per coinvolgerli in modi che non abbiamo visto in precedenza, o robot che lavorano con gli insegnanti per coinvolgere i bambini nell’apprendimento. E non solo per i bambini. I primi studi mostrano che i robot possono aiutare dottori e pazienti in ambito sanitario.

Per esempio è già da un po’ che viene usato il cucciolo di foca robot Paro. È usato nelle case di cura e con pazienti affetti da demenza. E ricordo che anni fa, ad una festa raccontai di questo robot, e la risposta fu: “Oh mio Dio. È orribile. Non posso credere che diamo dei robot alle persone invece di cure umane”. Questa è una risposta molto comune, e penso che sia assolutamente corretta, perché sarebbe terribile. Ma in questo caso, non è ciò che questo robot sostituisce. Ciò che questo robot sostituisce è la terapia animale in contesti in cui non possiamo usare animali veri ma possiamo usare i robot, perché le persone li tratterebbero sempre più come animali che come dispositivi.

Riconoscere questa connessione emotiva con i robot può anche aiutarci ad anticipare le sfide che emergeranno quando questi dispositivi saranno comuni nella vita della gente.

Per farvi capire vi voglio raccontare un’altra mia esperienza.

Qualche anno fa ho fatto un workshop con la mia amica Hannes Gassert. Abbiamo preso cinque piccoli dinosauri robot e li abbiamo dati a cinque gruppi di persone. Ad ogni gruppo abbiamo chiesto di dare un nome al robot e li abbiamo fatti giocare e interagire con il robot per circa un’ora. Poi abbiamo mostrato un martello e un’accetta e abbiamo detto loro di torturare e uccidere i robot.

Risultò essere un po’ più drammatico di quanto ci aspettassimo, perché nessuno dei partecipanti aveva intenzione di farlo, quindi abbiamo cambiato domanda: “Potete salvare il vostro robot, se distruggete il robot di un’altra squadra”.

Ma non ha funzionato. Non riuscivano a farlo. Alla fine, abbiamo detto: “Distruggeremo tutti i robot a meno che qualcuno non ne distrugga uno con l’accetta”. Un ragazzo si alzò, prese l’accetta, e tutta la stanza sussultò mentre calava l’accetta sul collo del robot. Calò nella stanza un silenzio tra il serio e lo scherzoso per il robot ucciso.

Questo è solo un piccolo studio, ma fa parte di una più ampia ricerca che sta iniziando a indicare che potrebbe esserci una connessione tra la nostra naturale empatia e il comportamento con i robot.

Ma la mia domanda per la prossima era di interazione uomo-robot non è se siamo empatici nei confronti dei robot, ma se i robot possono cambiare l’empatia delle persone, se possono influenzare il comportamento umano, se c’è la possibilità di influire sulle norme sociali.

Questo potrebbe ispirare le regole su ciò che possiamo e non possiamo fare con alcuni robot. Perché, quando un bambino è gentile con un Roomba, quando un soldato cerca di salvare un robot sul campo di battaglia, o quando un gruppo di persone si rifiuta di danneggiare un dinosauro robot, quei robot non sono solo motori, ingranaggi e algoritmi. Sono il riflesso della nostra stessa umanità.

Tradotto da Linda Cervellera

Revisione di Anna Cristiana Minoli