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Mamme No Pfas, unitamente agli altri movimenti No Pfas, annunciano il presidio permanente, giorno e notte, davanti alla Procura di Vicenza. Da venerdì 24 a martedì 28 agosto manifesteranno il loro sostegno alle indagini, ma anche e soprattutto “Chiederemo a gran voce che la decisione di chiudere l’azienda Miteni venga finalmente presa, senza indugi e senza paura”, spiegano in una nota le mamme No Pfas, genitori attivi – area contaminata.

Le mamme NoPfas lottano per avere acqua pulita, perchè purtroppo una zona molto vasta del Veneto ad oggi non ce l’ha. Le sostanze sversate da più di 40 anni, senza pudore, nelle acque e nel terreno, hanno contaminato la seconda falda acquifera più grande d’Europa.

I PFAS sono tra i responsabili della contaminazione delle falde acquifere del Veneto. La sigla indica Sostanze Perfluoro Alchiliche (acidi perfluoroacrilici): è una famiglia di composti chimici utilizzata prevalentemente in campo industriale. Sono catene alchiliche idrofobiche fluorurate: in estrema sintesi, sono acidi molto forti usati in forma liquida, con una struttura chimica che conferisce loro una particolare stabilità termica e li rende resistenti ai principali processi naturali di degradazione.

Ecco il comunicato diramato quest’oggi:

“Le istituzioni hanno, a volte, bisogno di una scossa. Comune di Trissino, Provincia di Vicenza, Regione Veneto e Governo, sono gli attori principali in questa vicenda di disastro ambientale, che ha avuto e avrà conseguenze devastanti nel lungo periodo sulla salute dei cittadini coinvolti e sul territorio. Gli Enti preposti ad occuparsi di Sanità, Ambiente e Giustizia possono e devono agire subito. Chiediamo le dimissioni di tutti i responsabili che nulla hanno fatto per bloccare questa colossale e vergognosa vicenda e che fino ad oggi non hanno voluto vedere e sentire, autorizzando Miteni a contaminare acqua, aria, territorio e persone, ignorando completamente il principio di precauzione, senza attuare efficaci controlli sull’ambiente, sui dipendenti dell’azienda e su tutta la popolazione coinvolta. Non c’è più tempo. Chiediamo la condanna dell’azienda, la bonifica del sito ed il risarcimento dei danni provocati, poiché non sia, ancora una volta, la collettività tutta costretta a pagare il prezzo di chi non ha platealmente fatto il proprio dovere”.