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di  Fabio Massimo Parenti – Non solo la Casa Bianca, ma anche Bruxelles sta mostrando preoccupazione per la volontà dell’Italia di firmare un MoU sulla BRI. Un memorandum d’intesa è un accordo di base per una migliore cooperazione futura, che non prevede obblighi, ma principi condivisi per l’organizzazione di forme specifiche di cooperazione economica. Xi Jinping arriverà in Italia in poche settimane e, come previsto durante le visite italiane in Cina nell’ultimo anno, l’Italia dovrebbe essere pronta a formalizzare l’adesione alla BRI. Sin dal precedente governo, c’è stato un grande interesse nazionale verso l’enorme progetto di interconnessione cinese lanciato nel 2013. Polonia, Ungheria, Grecia, Portogallo hanno già firmato la loro partecipazione formale alla BRI. Dov’è lo scandalo? L’intera Europa è parte dell’AIIB (la banca asiatica per gli investimenti e le infrastrutture), fondata anche per sostenere la proposta della BRI. Queste istituzioni e progetti sono aperti anche agli Stati Uniti. Nessuno è escluso in base a discriminanti ideologico-politiche.

Con il nuovo governo e il ruolo chiave dell’esperto e pragmatico Michele Geraci – Sottosegretario al Ministero dell’Economia – le relazioni sino-italiane hanno subito un’accelerazione. C’è maggiore consapevolezza e volontà di cogliere le opportunità legate allo sviluppo cinese, per ragioni economico-geografiche e in virtù di una lunga amicizia che storicamente ha unito i due spazi di civilizzazione.
Sfortunatamente, vale la pena notare che nel Ministero degli Affari Esteri ci sono voci critiche, meno aperte alla Cina, in particolare quella di Guglielmo Picchi, Sottosegretario al MAE in quota Lega, ex Forza Italia.

Il portavoce della Casa Bianca per il Consiglio di sicurezza nazionale ha espresso scetticismo, mettendo in guardia l’Italia. A suo dire la BRI servirebbe esclusivamente gli interessi della Cina e non porterà benefici agli italiani. “La Casa Bianca ha detto che i piani di Roma difficilmente potrebbero aiutare l’Italia economicamente, mentre potrebbero danneggiare in modo significativo l’immagine internazionale del Paese” – Financial Times, l’Italia si appresta a sostenere formalmente l’iniziativa Cintura e Strada cinese. Queste affermazioni sono irrazionali e piene di pregiudizi. Meglio, sono i preamboli di una minaccia subdola. Non è giusto, non è onesto, non è leale interferire in modo così fazioso nei confronti di un paese amico.

Come nei casi ZTE e Huawei, gli Stati Uniti stanno lavorando per contenere il più possibile l’avanzamento dell’economia cinese, il suo nuovo sviluppo e la crescente, correlata, competitività. Non è affatto una competizione leale. Gli Stati Uniti stanno lavorando per consolidare la propria sfera di influenza, dal Pacifico all’America Latina, dall’Europa al Medio Oriente. Tuttavia, come ho scritto qualche giorno fa, in molte situazioni “il mondo non accetta più i diktat statunitensi”, soprattutto quando sono irrazionali, contro i bisogni della gente, in violazione della Carta delle Nazioni Unite e contrari alla coesistenza pacifica. L’Italia non firmerà un accordo militare, non svilupperà una strategia contro qualcuno, ma sta intelligentemente cercando nuove forme di cooperazione in un mondo che cambia velocemente e radicalmente.

I progetti della Cina hanno già concretizzato molte infrastrutture civili in svariate regioni povere, nei Balcani, in Africa e in Asia, creando basi materiali per lo sviluppo economico e il miglioramento delle condizioni di vita. Leggendo le notizie italiane e internazionali sull’interesse italiano nei confronti della BRI, è sorprendente trovare un livello irragionevole di critiche pregiudizievoli nei confronti della Cina, che sta dimostrando, nei fatti, di essere una nazione pacifica capace di promuove programmi economici concreti, anche per lo scambio culturale e la comprensione reciproca. Le critiche sono pregiudiziali perché non possono provare la presunta natura cattiva della BRI. Al contrario, la proposta cinese sta ottenendo un consenso sempre maggiore e il numero di paesi che sono entrati ufficialmente nel progetto è costantemente aumentato – 123 nazioni, più 29 organizzazioni internazionali.

L’Italia sarebbe il primo membro del G7 a firmare il MoU e questo fatto sta creando allarmi alla Casa Bianca, come espresso nell’articolo del FT pochi giorni fa. Tuttavia, il gruppo informale più rappresentativo della nuova economia mondiale è il G20, non più il G7, che è anacronistico. L’Italia ha tutto il diritto di scegliere le migliori opzioni e strategie economiche per adattarsi a un mondo che cambia. La geografia mondiale del commercio è cambiata radicalmente negli ultimi 20 anni e la Cina è il principale partner commerciale di 126 nazioni, mentre gli Stati Uniti sono il principale partner commerciale di 56 nazioni. Era il contrario nel 2006.

Nessuna nazione è stata costretta a entrare in queste nuove reti guidate dai successi economici della Cina. Come è successo, a volte i contratti sono stati cancellati o sono stati revisionati (vedi casi nel Sud-est asiatico). Nessuno è obbligato. La maggior parte dei paesi del mondo è molto interessata ai nuovi piani di investimento e sviluppo correlati alla BRI.

Lo spazio europeo è in crisi da più di 15 anni, gli Stati Uniti hanno esportato la più grande crisi finanziaria solo pochi anni fa – la Grande Recessione del 2007-2008. L’Italia possiede legami storici con la civiltà cinese, molti secoli prima della colonizzazione delle Americhe da parte degli europei. Il bacino del Mediterraneo sta riguadagnando la centralità economica nella nuova geografia del commercio. Perché dunque l’Italia dovrebbe perdere l’opportunità di collegare le sue terre e i suoi porti al progetto economico cinese? A causa delle continue interferenze degli Stati Uniti e per soddisfare i loro propri interessi? L’Italia non sta scegliendo un blocco di alleanza, si sta adattando ai cambiamenti in base alle priorità nazionali e ai problemi macro-regionali che stentano a trovare soluzioni.

Anche le critiche provenienti dall’Unione europea, guidata da Germania e Francia, sono chiaramente ipocrite, perché basate su ragioni strettamente economiche, in concorrenza con l’Italia. Germania e Francia lavorano con la Cina, sono praticamente coinvolte nei progetti BRI, hanno più scambi rispetto all’Italia. E solo per ragioni geopolitiche e di calcolo, non hanno ancora aderito ufficialmente alla BRI, ma hanno aderito all’AIIB. Inoltre, lo spazio nordeuropeo ha paura di vedere ridimensionare il proprio vantaggio competitivo rispetto allo spazio Mediterraneo. Il ruolo dei porti del Nord Europa sarà riequilibrato dal crescente ruolo, potenziale, dei porti italiani, in collegamento con i porti del Medio Oriente e dell’Africa.

Le reazioni e le interferenze nell’agenda della cooperazione internazionale italiana sono profondamente irrispettose, ma anche irrazionali. Usando le parole del portavoce del MFA cinese, abbiamo a che fare con “giudizi assurdi… come grande paese l’Italia sa dove è il proprio interesse e può sviluppare politiche indipendenti “.

In questo mondo che cambia, gli Stati Uniti sembrano essere il sistema politico più arcaico e rigido contro molteplici forme di cooperazione, contro il multipolarismo mondiale/i processi di democratizzazione delle relazioni internazionali. Se l’Europa confermasse ancora la sua subordinazione passiva agli Stati Uniti, ciò sarebbe dannoso per la pace mondiale.

L’AUTORE

Fabio Massimo Parenti è professore associato (ASN), insegna all’Istituto Internazionale Lorenzo de’ Medici a Firenze, è membro del think tank CCERRI, Zhengzhou, e membro di EURISPES, Laboratorio BRICS, Roma. Il suo ultimo libro è , Egea. Su @fabiomassimos