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di J. Lo Zippe – È impossibile dire quando scoppierà la prossima crisi finanziaria, tanto meno quanto durerà, ma sappiamo che un’altra crisi sarebbe devastante. Come non sappiamo quanto ancora la Terra ci sopporterà, ma sappiamo che il cambiamento climatico è la più grande minaccia che abbiamo di fronte. Insomma, il mondo non è più sano di come lo abbiamo trovato, ne da un punto di vista sociale, economico, ne tanto meno ambientale.

Questo significa guardarsi negli occhi ed ammettere che non si è minimamente fatto abbastanza. Servirebbe una visione più olistica, ma andiamo sempre più verso mondi frammentati, dove ognuno pensa al suo orticello e non vuole sapere cosa succede al di fuori di esso. Peccato che ormai ogni dinamica che comprenda la variabile uomo, è globale e globalizzata. Questa visione non funziona. Oggi abbiamo concentrazioni incredibili, in tutto. Concentrazioni di violenza o di bontà, di ricchezza o di povertà, di felicità o di solitudine. Abbiamo quindi un potere di mercato sempre più concentrato, un processo decisionale sempre più centralizzato in alcune figure e in alcuni processi. Dobbiamo prendere in considerazione l’ascesa di nuovi fattori, come l’Intelligenza artificiale, e di nuovi attori, come la Cina.

Rimaniamo divisi su tutto e uniti nel nulla. Firmiamo accordi che poi non vengono presi in considerazione. Nonostante l’accordo sul clima di Parigi del 2015, abbia cambiato il modo in cui parliamo del cambiamento climatico, i leader mondiali sono rimasti riluttanti a fare ciò che è necessario per fare davvero la differenza. Non possiamo continuare a ingannare noi stessi fissando obiettivi elevati, mentre sappiamo che nessuno li seguirà.

Il clima è lo specchio di questo momento. Ognuno a guardare il proprio giardino, come se l’ambiente colpisse seguendo i confini nazionali. Pensiamoci quando guardiamo agli slogan come “America First” o “Prima gli Italiani”. Se siamo seriamente intenzionati a creare resilienza, dobbiamo portare avanti forti cambiamenti all’intero sistema. Accontentarsi non ci salverà. Dobbiamo rimodellare il modo in cui produciamo e consumiamo energia e finanziamo le nostre economie. Il settore finanziario, in particolare, non ha i giusti incentivi per contribuire ad affrontare la sfida climatica, perché il processo decisionale delle istituzioni finanziarie è guidato principalmente, e anche esclusivamente, dalla ricerca del profitto monetario, immediato.

Questo è miope e insostenibile.

Le istituzioni finanziarie hanno bisogno di nuovi incentivi per rimodellare le loro operazioni, compresi i loro investimenti. Ad esempio, i gestori di portafoglio, potrebbero avere i loro bonus in parte legati alle prestazioni dei loro investimenti sulle metriche climatiche.

Questi cambiamenti non devono minare la crescita economica. Al contrario, molte soluzioni climatiche, come lo spostamento verso le energie rinnovabili, aiutano a generare posti di lavoro e possono addirittura aumentare la redditività aziendale.

In effetti, la sostituzione di infrastrutture obsolete e inquinanti con alternative moderne ed efficienti, rappresenta una delle principali opportunità di investimento del secolo. Opportunità che insistiamo non cogliere, volendo invece mettere i nostri soldi in infrastrutture obsolete ed inquinanti.

Siamo in un momento cruciale della storia e abbiamo bisogno di raccogliere il coraggio e la convinzione necessari per intraprendere un’azione forte e soprattutto concreta. D’altronde, o troviamo una soluzione e cambiamo, oppure l’estinzione è vicina.

Per parafrasare Winston Churchill, ci troviamo di fronte a una scelta tra distruzione e status quo. Se scegliamo quest’ultimo, avremo il primo.