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La foresta pluviale amazzonica è una meraviglia ecologica. I suoi corsi d’acqua e la superficie forniscono un ricco ecosistema per un decimo di tutte le specie nel mondo e aiutano a regolare la temperatura dell’intero pianeta. Ma l’elezione del politico di estrema destra Jair Bolsonaro come nuovo presidente del Brasile è preoccupante.

La maggior parte della foresta pluviale amazzonica si trova in Brasile e il 20% di essa è andata persa (un’area più grande della Francia) a causa della deforestazione dagli anni ’70.

Quando gli alberi vengono abbattuti, il carbonio immagazzinato al loro interno viene rilasciato nell’atmosfera. La foresta rimanente assorbe così meno anidride carbonica. Ciò significa che la salute dell’Amazzonia ha un effetto diretto sul riscaldamento globale.

La foresta amazzonica viene ridotta per far posto a attività quali allevamento di bestiame, coltivazione di soia, miniere, dighe idroelettriche e nuove autostrade.

La deforestazione è diminuita drasticamente tra il 2004 e il 2012 , ma negli ultimi anni è aumentata e la potente lobby agricola del Congresso brasiliano sta spingendo per un maggiore sviluppo forestale (Bolsonaro lo ha sostenuto durante tutta la sua campagna elettorale).

Il ministero dell’Agricoltura brasiliano è fortemente influenzato dalla lobby agricola. Poco dopo essere entrato in carica questa settimana, Bolsonaro ha firmato un ordine esecutivo che dà al ministero la responsabilità di certificare le terre indigene come territori protetti.

Circa il 13% del Brasile è designato legalmente come terra indigena, principalmente in Amazzonia. Quella terra è riservata ai 900.000 indigeni del paese (meno dello 0,5% della popolazione). Gruppi indigeni hanno detto che l’ordine del presidente porterebbe a “un aumento della deforestazione e della violenza contro le popolazioni indigene”.

Bolsonaro, soprannominato “Il Trump dei Tropici”, ha difeso la decisione con un tweet: “Meno di un milione di persone vivono in questi luoghi, isolati dal vero Brasile, sfruttati e manipolati dalle ONG, insieme integreremo questi cittadini “.

Le popolazioni indigene hanno così risposto al controverso tweet con una lettera aperta. “La presunta manipolazione delle ONG non è un problema, hanno affermato i leader indigeni Marcos Apurinã, Bonifacio José e André Baniwa, ma la politica inefficace del governo brasiliano contro le popolazioni indigene. Non vogliamo essere decimati dalle nuove attività, vogliamo rimanere indigeni e chiedere il riconoscimento della nostra identità etnica”. Hanno risposto inoltre alla dichiarazione di Bolsonaro  secondo cui gli indigeni non dovrebbero vivere isolati come se si trovassero in uno zoo. “Non siamo negli zoo, signor Presidente, siamo nelle nostre terre, nelle nostre case, come ogni società umana che si trova nelle loro case, città, quartieri”.

Eliminare qualsiasi terra indigena designata richiederebbe il sostegno del Congresso brasiliano, che purtroppo già considera una serie di progetti di legge volti ad aprire terre indigene ad attività come l’estrazione mineraria.

A promettere battaglia contro questo governo ci ha pensato l’ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva (dallo scorso aprile  in carcere) che ha diffuso questo messaggio “Possono catturare una persona, come hanno fatto con me, ma non potranno imprigionare le nostre idee e ancora meno potranno impedire che il futuro possa diventare realtà. Non abbasseremo la testa, né lasceremo che sciupino la nostra gioia di vivere e di combattere per giungere a tempi migliori”. L’ex presidente ha concluso la lettera con le parole di una canzone di Chico Buarque: “Domani sarà un altro giorno”.